LEONARDO GORI
Nel 2000 ha esordito nel giallo con il romanzo Nero di maggio, in cui compare la figura del capitano dei carabineri Bruno Arcieri, soldato, agente segreto e investigatore, che tornerà in molti suoi romanzi.Nel 2005 vince il premio Scerbanenco con il romanzo L'angelo del fango e successivamente il Premio Fedeli sempre con lo stesso libro.
La sua biografia completa la potete trovare sul suo sito ufficiale.
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BG:In che rapporto sono per te i fumetti e i romanzi?

LG: E' un legame complesso... Sono stato, e sono tutt'ora, un grande appassionato, un ricercatore e a tempo perso, uno storico dilettante di Fumetto e arti affini. Per molti anni, fumetti e illustrazioni (e anche cinema) sono stati tutta la mia vita. Quindi è inevitabile che certi aspetti della costruzione del racconto, dei personaggi, del modo di "mostrare" e non "raccontare" le vicende, siano fluiti dalla narrativa disegnata a quella scritta. Ma è anche vero che il Fumetto non è un genere, ma una forma d'arte autonoma, e come tale ha codici propri, che non si possono adattare ad altri moduli espressivi: tutti i film fatti sui comics sono altre cose, rispetto all'opera di partenza, e quel che è geniale in un fumetto (penso a Popeye di Segar e al film di Altman) può risultare incomprensibile o stupido in un film. Diciamo che io metto tutto me stesso nei miei romanzi, e in questo me stesso c'è ovviamente posto per i fumetti, ma come stimoli e visioni, non come struttura.
BG:Come mai la scelta del giallo storico?
LG:Bisogna scrivere di ciò che si conosce. Faccio una vita piccolo borghese, molto ritirata, frequento sempre gli stessi ambienti... Ho paura a mettermi alla prova con una realtà contemporanea. In realtà l'ho fatto, per esempio per il raccontino uscito sull'antologia "La vita addosso" di Fernandel, perché c'erano tutti i miei amici e la Causa, come si dice, era nobile. Ma non so che risultato abbia raggiunto. Con il Passato, invece, questa remora scompare, e magari racconto l'oggi sotto mentite spoglie, senza sentirmi limitato. Ho un'erudizione al limite dello psicopatico, in campo novecentesco, e possiedo montagne di carta stampata d'epoca, fra fumetti e riviste (e non solo...): roba rarissima, raccolta in trent'anni di passione. Se mi immagino a spasso per una strada di Firenze o di Milano nel 1935, credo davvero di esserci, perché una parte del mio cervello appartiene a quell'epoca... E poi succede che un lettore quasi novantenne, anzi, ben più di uno, mi scrive e mi chiede come ho fatto a cogliere l'atmosfera del '38 in modo così preciso, quasi un miracolo... Comunque con Arcieri mi sono spostato dagli anni Trenta e Quaranta alla fine dei Sessanta. "L'angelo del fango" è ambientato nel '66, "Musica nera", che esce ad aprile, nel '67: piano piano, mi avvicino all'oggi.
BG:Per scrivere un romanzo storico è importantissima la documentazione. Tu come procedi?

LG:La documentazione è il momento magico: cerco di tutto, leggo di tutto, mi faccio uno schedario... Godo come un matto. Poi la gran parte di quel che ho trovato, magari in tre mesi di lavoro, rimane in una scatola accanto alla scrivania, o in un recesso del mio hard disk, ma so di avere quelle informazioni e scrivo sicuro, come se fossi su un binario tracciato. La documentazione mi serve non tanto per gli avvenimenti della cornice storica, quelli li controllo strada facendo, ma per rendere credibili i personaggi. Per alcuni romanzi, ovviamente, il lavoro di documentazione è stato formidabile e molto più vincolante: vedi "Le ossa di Dio", per esempio. Ma in quel caso ho avuto aiuti di grosso calibro, non ho fatto certo tutto da solo.
BG:Scrivere e leggere in che rapporto sono per uno scrittore?
LG:Beh, se non si è letto davvero tanto (e di tutto! Non solo narrativa, anzi...), scrivere un romanzo è assurdo. Però, almeno nel mio caso, poi avviene l'inversione dolorosa: più si scrive, meno si legge, perché il tempo è quello che è, e pochi vivono solo di scrittura: comunque non certo io.
BG:Quanto Leonardo Gori c'è nei suoi personaggi?
LG: C'è Gori come ci sono un po' tutte le persone che ho conosciuto in vita mia, spezzettate, messe in un frullatore e rimontate, come tanti piccoli Frankenstein. Ma, naturalmente, le emozioni sono le mie, e credo non potrebbe essere altrimenti. Personaggi ed emozioni sono i due principali ingredienti di un romanzo.
BG:Come nascono le tue storie?
LG:C'è sempre un'idea "forte", all'inizio, che qualcuno mi suggerisce oppure che trovo per caso. Può essere qualsiasi cosa: un avvenimento storico meno noto, la storia di un povero diavolo qualsiasi letta fra le note di un saggio sull'OVRA, una strada costruita da un Granduca settecentesco illuminato; i cartoni di Leonardo Da Vinci per la battaglia d'Anghiari... Oppure una singola emozione: l'ascolto di un CD di jazz italiano dimenticato, per esempio: c'è una favolosa etichetta genovese, la Riviera Jazz Records, che pubblica tesori incredibili, spesso di una bellezza sconvolgente: uno di questi mi ha offerto lo spunto per "Musica nera". Da questo germe iniziale nasce l' "idea forte", se allo spunto fascinoso posso agganciare un semplice meccanismo a sorpresa, qualcosa che farà sobbalzare il lettore, insomma il classico colpo di scena. E' tutto qui: un piccolo meccanismo di precisione (sempre che mi riesca) intorno al quale ruota tutto il romanzo. All'inizio stavo molto attento a tracciarmi una strada, e scrivevo cose forse un po' fredde; ora lascio il meccanismo dell'idea forte davanti a me, sulla scrivania, e scrivo con più libertà, in modo da liberare le emozioni.
BG:Romanzo o racconto?

LG:Senz'altro romanzo, per me: il racconto è troppo difficile, deve nascere da un'idea formidabile, non c'è lo spazio per scoprire, pagina dopo pagina, il carattere dei personaggi, per innamorarsene... Ne ho scritti diversi, naturalmente, visto che me li chiedono, ma ogni volta è dura. Scrivere un racconto è difficile quanto inventare una barzelletta; un romanzo è come fare - che so? - un film brillante (non che abbia mai provato, intendiamoci). Certo un racconto si scrive in una settimana ed è pagato bene, un romanzo nel mio caso richiede un anno di fatica.
BG:Tre consigli per chi inizia a scrivere
LG: Non so dare consigli sulla scrittura, ancora non ho imparato io, figuriamoci. Ovviamente bisogna scrivere solo se si ha qualcosa da dire e urge metterlo su carta. Scrivere con l'idea di diventare scrittori, perché è bello e fico, è sbagliatissimo. Quando si scrive, bisogna pensare solo a se stessi, il racconto o il romanzo deve piacere a chi lo scrive, non si deve pensare alle mode. E per qualche mese, prima di mettersi al computer, bisogna smettere di leggere novità e farsi una scorpacciata di classici. Per classici intendo anche quelli del genere prescelto, io rileggo per esempio "La talpa" di Le Carré, almeno una volta ogni due anni. Poi non bisogna lasciarsi scoraggiare dai rifiuti degli editori, anche se la frustrazione dura per anni: se si continua a scrivere anche dopo cento "no", vuol dire che si possiede una delle qualità indispensabili, ovvero la NECESSITA' di scrivere; l'altra è il talento, e questo è difficile riconoscerselo, ma prima o poi ci pensa qualcun altro. Un romanzo veramente bello, se capita in mano alla persona giusta, prima o poi viene pubblicato da un editore serio, e a quel punto è il pubblico che decide. Certo è possibilissimo che un romanzo meraviglioso non venda affatto. Insomma, l'unico consiglio che mi sento di dare è che la scrittura deve bastare a se stessa.
BG:E' utile per un esordiente partecipare ai concorsi letterari o è tempo perso?
LG: Concorsi letterari SERI permettono di essere letti da gente del mestiere, e fra loro c'è spesso qualcuno con la vocazione del talent scout. Poi, se si entra in finale, alla serata della premiazione si può cenare con Lucarelli o Vichi (due nomi a caso ;-) e con molta faccia tosta, promuovere se stessi. Alcuni scrittori hanno tempo per leggere i manoscritti degli esordienti (io no, purtroppo), e magari curano collane e cercano scrittori nuovi: daranno senz'altro la precedenza a chi è già stato selezionato da una giuria che stimano, o comunque a chi gli è stato presentato da un collega.
BG:Scuole di scrittura pro o contro?

LG: Non le conosco affatto e quindi non mi pronuncio. Ma ho amici che ci lavorano e che stimo moltissimo (Vichi, Nelli, Carabba...) e certamente loro daranno consigli preziosi. Spesso leggo racconti di esordienti in cui manca perfino la percezione delle regole basilari della scrittura, qualcosa che sta ancora prima dell'ABC: ecco, in quei casi, un serio corso di scrittura può fare la differenza. Immagino sia terribile avere idee bellissime in testa e non saperle organizzare. Ci sono anche dei testi illuminanti, come l'aureo libretto di Laura Grimaldi, che mi ha dato il coraggio di cominciare.
BG:Le ossa di Dio è stato il tuo ultimo romanzo ora cosa stai preparando?
LG: Come ho detto prima, ad aprile esce per Hobby & Work "Musica Nera", ambientato in Versilia nel 1967, che è l'ultima avventura di Bruno Arcieri. Sto scrivendo invece, per Rizzoli, un quasi-seguito de "Le ossa di Dio", profondamente diverso dal primo per vari aspetti, anche se si svolge l'anno successivo, ovvero nel 1505. Uscirà nel 2009, quindi per scaramanzia non dico altro. Fra poco dovrebbe uscire anche l'antologia History and Mystery, Piemme, curata da Gian Franco Orsi, in cui c'è un mio... "machiavellino".
BG:Come chiuderebbe questa intervista Bruno Arcieri
LG: Bruno Arcieri saluterebbe, ringraziando, con un inchino appena accennato e un bel sorriso: tenderebbe lui la mano alle persone più giovani, aspetterebbe invece l'offerta da quelle più anziane. Direbbe che è stato davvero un piacere, si scuserebbe per lo stile "parlato" dell'intervista, dettato dalla fretta, e pregherebbe il Binario Giallo di fare un piccolo editing, perché odia la scrittura approssimativa e non curata. Poi chiederebbe urbanamente il permesso di allontanarsi, per gli impegni urgenti che lo chiamano, ringraziando un'ultima volta e dichiarandosi onorato per essere stato invitato a partecipare.
Grazie mille a Leonardo Gori per la disponibilità e la cortesia con cui ha accettato queste domande.

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